La Bella di Monza XI edizione evento dedicato
alla rosa e alla Regina Margherita

Ci sono fiori che appartengono alla natura e altri che, nel corso dei secoli, sono entrati così profondamente nella storia dell’uomo da diventare figure della cultura. La rosa appartiene a questa seconda specie. La sua forma, il profumo, le spine, la fioritura e la caducità hanno alimentato per secoli la poesia, la pittura, la musica, la simbologia religiosa e l’immaginario amoroso. Ma la rosa è anche memoria: conserva nelle sue varietà il lavoro di generazioni di ibridatori, i nomi di persone e di luoghi, il gusto di un’epoca, talvolta persino una parte della nostra storia.
È da questa lunga vicenda, sospesa fra natura e cultura, che prende origine “La Bella di Monza”, giunta quest’anno alla sua XI edizione. L’appuntamento, che ogni maggio celebra la rosa nel magnifico scenario del Roseto Niso Fumagalli, è stato inserito nel 2026 anche nel programma “Nel nome di Margherita. Cento anni dopo (1926–2026)”, dedicato al centenario della morte della Regina Margherita di Savoia.
La coincidenza non è soltanto celebrativa. La figura della Regina e quella della rosa sembrano infatti incontrarsi proprio nel territorio della memoria: entrambe appartengono a una storia che il tempo non ha cancellato, ma che continua a riemergere attraverso forme diverse, attraverso i luoghi, i libri, le immagini, i fiori.
Una rosa per Margherita
Il pomeriggio si è aperto nel Roseto Niso Fumagalli, con una visita guidata condotta dal maestro giardiniere Carlo Pagani insieme al giardiniere del Roseto, alla presenza di un rappresentante della famiglia Fumagalli, e con la presentazione della Rosa Regina Margherita, dedicata alla sovrana.

La rosa proviene dallo storico vivaio Rosacisalpina della famiglia Galliati, a Crescentino, nel Vercellese, la cui vicenda è ricordata anche da Andrew Hornung nel volume Le rose italiane (Pendragon, 2015–2019).
La storia dei Galliati è una storia italiana del Novecento legata alla terra, al lavoro vivaistico e alla passione per la rosa. La famiglia avviò la propria attività nel 1940 come fornitrice della milanese Fratelli Ingegnoli. Riccardo, figlio di Francesco, fondatore dell’azienda, cominciò in seguito a produrre autonomamente alberi da frutto e rose; fu poi Franco Galliati a sviluppare ulteriormente questa tradizione, dedicando numerose varietà alle figure femminili di Casa Savoia. Fra queste, naturalmente, non poteva mancare la Regina Margherita.
La Rosa Regina Margherita, nata dall’incrocio fra Primo Premio e Virgo, possiede una singolare qualità cromatica: il rosa dei boccioli si trasforma progressivamente nel bianco luminoso del fiore, per tornare infine a una tonalità rosata nella fase della sfioritura.
È forse proprio questo mutamento a rendere particolarmente felice la dedica. La rosa non rimane uguale a se stessa: attraversa il tempo, cambia colore, si apre e si congeda. La sua bellezza non coincide con l’istante della massima fioritura, ma comprende anche ciò che viene prima e ciò che viene dopo. In questo movimento è possibile leggere qualcosa di più della semplice caratteristica botanica: una figura del tempo e della trasformazione.
I boccioli, raccolti in piccoli gruppi, la rendono elegante e aggraziata; il portamento conserva la propria armonia anche dopo la pioggia e la fioritura generosa unisce alla delicatezza del fiore una notevole forza scenica.
Ma il valore di questa rosa non è soltanto nella sua bellezza. È nella storia che porta con sé: una storia di vivaisti, di ricerca varietale, di tradizione piemontese e di memoria familiare. Una memoria che oggi trova posto nel Roseto Niso Fumagalli e che si aggiunge a quella della rosa “La Bella di Monza”, alla quale la manifestazione è dedicata.
A corte, fra danza e poesia
Dal Roseto il pubblico si è trasferito nel Teatro di Corte della Villa Reale, dove la giornata ha assunto un tono diverso. Le danze del Gruppo Gentil Arte Danze Storiche di Monza, in costume, hanno evocato attraverso le musiche dell’epoca l’ambiente della corte di Margherita.

L’uomo e la rosa: una lunga storia d’amore
A seguire, ho avuto il piacere di introdurre il maestro giardiniere Carlo Pagani, protagonista della conferenza L’uomo e la rosa, una lunga storia d’amore.
Pagani, che vive e lavora a Budrio, nel Bolognese, da oltre quarant’anni si occupa di biodiversità, ricerca varietale, vivaismo e tutela del paesaggio. Nel 1972 ha fondato Flora 2000, realtà divenuta nel tempo un punto di riferimento per il vivaismo di qualità, il collezionismo botanico e l’architettura del paesaggio.
Alla sua attività di giardiniere ha affiancato un’intensa opera di divulgazione attraverso conferenze, televisione e pubblicazioni. È direttore dell’Alta Scuola di Giardinaggio e autore di diversi volumi dedicati al mondo del verde, fra cui Rose perdute e ritrovate (Pendragon, 2015).

Il titolo della conferenza, L’uomo e la rosa, una lunga storia d’amore, racchiude bene il senso del suo lavoro. Perché coltivare una rosa significa certamente conoscerne le esigenze, selezionarla, proteggerla, seguirne la crescita; ma significa anche riconoscere che, intorno a una pianta, l’uomo ha costruito nel tempo una vera e
propria civiltà del giardino.
La rosa è stata così raccontata nella sua concretezza botanica e, insieme, nella sua dimensione simbolica: una pianta che l’uomo ha coltivato, nominato, selezionato e reinventato, fino a trasformarla in uno dei grandi archetipi della cultura occidentale.

Al racconto di Pagani si sono alternate le musiche di Vincenzo Zitello, all’arpa, e di Fulvio Renzi, al violino.
È stato un momento particolarmente significativo, perché Zitello ha dedicato alla rosa un intero lavoro musicale, Le voci della rosa, nato in dialogo con l’omonimo libro da me curato e pubblicato da Pendragon nel 2023.
Il volume raccoglie le poesie di nove poeti contemporanei, che hanno affrontato la rosa nelle sue diverse declinazioni: naturale e simbolica, sensibile e metaforica, concreta e interiore. Da quelle poesie Zitello ha tratto una materia musicale capace di non accompagnare semplicemente la parola, ma di attraversarla e restituirne un’altra forma.
È in questo passaggio dalla parola al suono che la rosa acquista una nuova possibilità di esistenza. Dopo essere stata osservata, nominata e raccontata, diventa musica.
Nel Teatro di Corte, perciò, i diversi linguaggi della giornata non sono rimasti separati. La botanica, la storia, la poesia, la danza e la musica hanno composto un unico racconto, nel quale la rosa è apparsa non come semplice oggetto della celebrazione, ma come una forma della memoria e dell’immaginazione.

Forse è questo, in fondo, il senso più profondo di una manifestazione come La Bella di Monza: tornare ogni anno intorno a un fiore per scoprire che quel fiore non è mai soltanto un fiore.
Nel nome della rosa si incontrano la storia di una città e quella di una famiglia di vivaisti, il Roseto Niso Fumagalli e la Villa Reale, la memoria di Margherita e la ricerca botanica, la poesia e la musica contemporanea.
La nuova Rosa Regina Margherita, accolta nel Rosetoe che verrà messa a dimora in settembre, entra così in una storia che era già cominciata. E forse la sua fioritura, con quel continuo passaggio dal rosa al bianco e ancora al rosa, ci ricorda una verità elementare e insieme difficile da dimenticare: la bellezza non è ciò che rimane
immobile, ma ciò che, attraversando il tempo, continua a trasformarsi senza perdere la propria memoria.
È anche per questo che, dopo undici edizioni, La Bella di Monza continua a tornare ogni primavera nel luogo che le appartiene: un giardino. Là dove la memoria non viene semplicemente conservata, ma torna a fiorire.