Medicina e Filosofia | 24 Settembre

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Medicina e Filosofia, in dialogo
a cura di Milena Provenzi e Antonetta Carrabs

MERCOLEDI 24 settembre dalle 16.00 alle 19.00
Auditorium E. Pogliani – Ospedale San Gerardo Monza
Senectus ipsa morbus? Invecchiare è una malattia?

ERASMO SILVIO STORACE
laureato in Filosofia all’Università degli Studi di Milano e addottoratosi presso l’Università degli Studi di Palermo. Attualmente è Professore Associato di Filosofia Politica presso l’Università degli Studi dell’Insubria di Varese – Como. Membro del Collegio docenti del Corso di Dottorato di ricerca in «Medicina Clinica e Sperimentale e Medical Humanities» (Università degli Studi dell’Insubria). Ha pubblicato oltre 20 monografie, tra cui:
«Corpo, individuo, identità. Scritti di filosofia e simbolica politica»
LAURA CARASSALE Dirigente medico S.C. Geriatria P.O. Bassini ASST Nord Milano
ROBERTO LUCIFORA Coordinatore infermieristico del reparto di Geriatria della Fondazione IRCCS San Gerardo di Monza.

Iscrizione on-line
sul Portale Formazione https://serviziweb.inaz.it/formaz_irccs-sangerardo
La Casa della Poesia di Monza: eventi@lacasadellapoesiadimonza.it

Un ciclo di conferenze dove i filosofi si interrogano sull’importante binomio fra Medicina e Filosofia, un dialogo per migliorare il nostro modo di essere e di operare, per ritrovare le origini comuni e cercare insieme risposte alle tante domande che la professione oggi pone. In antichità l’essere un buon medico richiedeva l’essere filosofo, così come per il buon filosofo era d’obbligo occuparsi della salute dell’uomo.

Nonostante queste comuni origini, nel tempo le due discipline si sono separate; la medicina è, non solo un sapere scientifico, ma soprattutto arte della cura, ciò conferisce al rapporto tra filosofia e medicina una particolare intimità perché entrambe sono due forme di prendersi cura del soggetto. Già Ippocrate definiva la vecchiaia come ‘una malattia naturale’.

Cicerone, nel De Senectute, ribatteva che non è la vecchiaia in sé a pesare, ma lo sguardo di chi la vive o la osserva. E Italo Svevo, con il suo spirito ironico, scriveva: ‘La vecchiaia è l’unica malattia da cui non si guarisce’.Queste battute racchiudono un’ambivalenza che ancora oggi ci accompagna: la vecchiaia è processo naturale o patologia da contenere? È tempo guadagnato o perdita progressiva? È saggezza o decadimento?”

Dimensione filosofica:

“La filosofia ha spesso visto nella vecchiaia un luogo di passaggio tra la vita e la morte. Seneca ci ricorda: ‘Non è breve la vita, siamo noi che la rendiamo tale.’ Qui la vecchiaia non è malattia, ma tempo prezioso, che dipende dalla nostra capacità di abitarlo. Simone de Beauvoir, invece, in La vieillesse, ne denuncia la dimensione sociale: ‘La società considera il vecchio come un uomo di troppo.’ Non dunque una malattia del corpo, ma uno scarto imposto dallo sguardo collettivo. E Maria Zambrano ci offre un’altra prospettiva: ‘La vita non si lascia mai ridurre interamente al suo essere biologico.’ Ecco che l’invecchiamento diventa esperienza esistenziale, che va oltre il dato clinico e biologico.

La medicina:

“La medicina contemporanea, da parte sua, oscilla. Da un lato l’OMS ci ricorda che l’invecchiamento non è una malattia, ma un processo universale. Dall’altro lato, la stessa medicina tende a medicalizzare il declino fisiologico: osteoporosi, decadimento cognitivo, sarcopenia… Ogni tappa del naturale processo senescente rischia di essere incasellata come patologia. Eppure, parlare solo di ‘malattia’ rischia di oscurare la dimensione vitale che la vecchiaia porta con sé. Perché se è vero che la biologia ci rende fragili, è anche vero che la medicina ha il compito di prendersi cura di quella fragilità, senza ridurla a difetto.”

Psichiatria e psicoanalisi

“Non possiamo dimenticare i risvolti psichiatrici e psicoanalitici dell’invecchiamento. Freud, nel saggio Al di là del principio di piacere, pur non parlando direttamente di vecchiaia, individua nella pulsione di morte una forza che diventa più tangibile quando la vita avanza. La senescenza porta inevitabilmente con sé un diverso rapporto con la finitudine. Karl Jaspers, psichiatra e filosofo, parlava della vecchiaia come di una ‘situazione-limite’: un confine che ci obbliga a riformulare il senso del nostro esistere. In psicoanalisi, si sottolinea spesso come la vecchiaia riattivi ferite antiche: la perdita, la separazione, il lutto. Erik Erikson, nello sviluppo psicosociale, descrive la vecchiaia come la fase dell’‘integrità dell’Io’ contrapposta alla disperazione. È il tempo in cui la persona può trovare un senso e una pienezza, oppure cadere nel vuoto della perdita. Sul piano clinico-psichiatrico, sappiamo che la depressione senile non è rara, così come le ansie legate alla solitudine, alla perdita di ruolo, alla percezione di inutilità sociale. Ma allo stesso tempo, la vecchiaia può portare anche a una maturazione della capacità di tollerare la vita, a un nuovo equilibrio affettivo e interiore.”

Sociologia:

“Se allarghiamo lo sguardo oltre la filosofia e la medicina, ci accorgiamo che la vecchiaia non è solo un processo biologico o psichico, ma anche un fatto sociale. Nelle società tradizionali, l’anziano era considerato un custode di memoria e di saggezza. Era colui che tramandava storie, rituali, conoscenze pratiche: in molte culture africane, si dice ancora oggi che ‘quando muore un vecchio, brucia una biblioteca’. Nelle società moderne e postmoderne, invece, la situazione si è capovolta. Viviamo in un contesto che Zygmunt Bauman ha definito ‘liquido’, dove la velocità, l’efficienza e la produttività sono valori supremi. In un mondo che esalta la giovinezza come sinonimo di bellezza, forza e innovazione, la vecchiaia viene spesso percepita come scarto, come rallentamento, come peso. Pierre Bourdieu, sociologo francese, parlava del ‘corpo come capitale’: un capitale che nella vecchiaia tende a perdere valore sociale. L’anziano rischia così di essere escluso non tanto per quello che è, ma per quello che non produce più. Anche la sociologia della salute ci offre uno spunto interessante: l’invecchiamento, sempre più medicalizzato, diventa oggetto di diagnosi e trattamenti. Ciò che un tempo era semplicemente ‘crescere vecchi’ diventa oggi ‘avere patologie da invecchiamento’. Così si rafforza l’idea che la vecchiaia sia una malattia da combattere, più che una condizione da abitare. E tuttavia, se guardiamo ai fenomeni demografici, ci accorgiamo che stiamo vivendo un paradosso: mai come oggi si è vissuto così a lungo, e mai come oggi l’anziano è stato percepito come ‘problema’. Questo ci dice che la questione non è solo biologica, ma culturale: è il modo in cui organizziamo la società, il lavoro, i servizi, le relazioni, a determinare se la vecchiaia è vissuta come opportunità o come malattia sociale.”

La pratica del prendersi cura

“A questa complessità si aggiunge l’esperienza concreta di chi lavora accanto agli anziani: medici, infermieri, operatori. Lì, nella quotidianità, la domanda ‘la vecchiaia è una malattia?’ diventa concreta: come trattare il dolore, come sostenere la fragilità cognitiva, come dare senso alla cura?

Tre prospettive in dialogo:
la voce della filosofia, che ci interroga sul senso dell’invecchiare;
la voce della medicina, che conosce i processi biologici e le possibilità terapeutiche;
la voce dell’assistenza, che ogni giorno si confronta con la realtà viva della vecchiaia.”

Milena Provenzi Psichiatra