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La Bella di Monza 2017

Pubblicato da La Casa della Poesia di Monza - 26/04/2017

La Bella di Monza era un potente rimedio contro la pesantezza della testa, i bevitori se ne servivano ad impedire che i vapori di Bacco offuscassero la ragione

Dr. Mezzotti

“Rosa, o tu per eccellenza cosa già
compiuta
che si contiene all’infinito
e all’infinito si diffonde, oh testa
d’un corpo assente per eccesso di
dolcezza,
nulla vale quanto te, suprema essenza
di questo permanere fluttuante;
di questo spazio d’amore: in esso
appena noi
muoviamo un passo,
il tuo profumo vaga intorno.”

Rainer Maria Rilke
da Les roses  (Le rose, 1924-26)
La Casa della Poesia di Monza - LA BELLA DI MONZA locandina
Clicca per PDF

L’iniziativa La Bella di Monza, alla sua seconda edizione, è promossa da La Casa della Poesia di Monza e nasce con lo scopo di far conoscere la storia del roseto della Villa Reale di Monza.

La Casa della Poesia di Monza – Rassegna Mirabello Cultura
LA BELLA  DI MONZA

La rosa Chinensis del Roseto della Villa Reale di Monza a cura di 
Antonetta Carrabs ed Elisabetta Motta

Domenica 21 maggio
Villa Reale di Monza


Programma

ore 17.00 
Presentazione del libro d’arte I Quaderni del Roseto (Il Ragazzo innocuo, 2017)
Sala degli Arazzi Primo Piano Nobile della Villa Reale – Salotto Letterario della Regina Margherita

con la partecipazione dei poeti Alberto Nessi, Massimo Morasso, Davide Rondoni, Francesca Serragnoli e dell’editore Luciano Ragozzino.

Introduce Antonetta Carrabs. Interviene Elisabetta Motta

ore 17.30 
La Rosa di Monza: tra leggenda e realtà a cura di Corrado Beretta e  Valerio Villoresi

ore 18.00
Reading  poetico  Les roses – Roseto Niso Fumagalli

con i poeti Germain Doogenbroodt, Giancarlo Pontiggia, Massimo Morasso, Francesca Serragnoli, Davide Rondoni, Pietro Berra, Antonetta Carrabs, Ottavio Rossani, Marco Pelliccioli, Davide Ferrari, Gianni Salis, Marco Bellini, Iride Enza Funari, Mariapia Quintavalla e gli studenti dei licei monzesi.

Musiche a cura di  Michele Sangineto

ore 19,30 
Rinfresco Sala Conferenza  Teatrino di Corte della Villa Reale

ore 21.00 
Metamorphose: concerto d’arpa celtica e bardica di Vincenzo Zitello
Teatrino di Corte della Villa Reale

La storia

Numerosa è la copia de’ vegetabili rari e scelti che ivi si conservano con diligente cura. Non pochi filari di piante fanno qui vaga pompa: le roses, i pelargonii, le primavera, i violacciocchi si coltivano con grandissima cura nel primo spazioso recinto in cui sono pure le stufe per la cura degli ananassi e le aujole per le più scelte ortaglie. E’ qui altresì frequente la varietà della rosa del Bengala nata in questa imperial villa, conosciuta però sotto il nome di rosa bella monzese. Ve la fece fiorire il bravo Luigi Villoresi.

Descrizione del 1836 dei giardini imperiali di Monza.

Luigi Villoresi fu il primo ibridatore italiano e direttore dei Giardini Reali di Monza tra il 1812 e il 1825. Sua è infatti la famosa ‘Bella di Monza’ (Modoetiensis Villoresi) creata agli inizi dell’Ottocento e menzionata per la prima volta nel 1826 nel catalogo di Carlo Maupoil, vivaio di Dolo, vicino a Venezia. Fu una rosa che dovette godere di una certa popolarità e che rimase disponibile sui cataloghi fino al 1853. ‘Belle de Monze’ = ‘Belle de Florence’? (Villoresi/Noisette, ca 1825) Questa bellissima rosa è una delle venti e più varietà del Bengala o Cinesi create dal Villoresi, sovrintendente dei giardini dell’Arciduca, a Monza. Parlando dei giardini imperiali di Monza da lui visitati nel 1819, Charles Loudon, fondatore e responsabile della rivista inglese “The Gardeners’ Magazine” encomia Villoresi dicendo: “Tutto fu notevolmente ampliato ai tempi del Beauharnais sotto la direzione dell’ormai defunto Signor Vilaresi, uno dei giardinieri più scientifici d’Italia.”  Luigi Villoresi nel 1813 stese il primo catalogo delle piante dei giardini imperiali di Monza, un inventario che annovera circa 3,700 entità vegetali differenti, e fra questi 30 varietà di rose. Il medico Dr. Mezzotti loda Villoresi come “veramente instancabile nell’introdurre miglioramenti e novità tanto nei Giardini, quanto nel Parco”, aggiungendo che “la rosa modoetiensis (Rosa monzese) è un perenne ricordo delle sue cure”.  E sei anni dopo, torna a parlare ancora delle rose di Villoresi, affermando che la ‘Bella di Monza’ era “un potente rimedio contro la pesantezza della testa, e che i bevitori se ne servivano ad impedire che i vapori di Bacco offuscassero la ragione”, ribadendo che diversi roseti nel territorio milanese erano belli ma “nessun altro può al mio giudizio eguagliare il pregio dei rosai degli Giardini Imperiali, che si potrebbero dire perenni, e nei quali pompeggia la Rosa Monzese.” Nella prima metà dell’Ottocento appare sulle pagine di cataloghi commerciali in Italia, Germania ed in Francia e viene menzionata in vari manuali sulle rose.

‘Belle de Monza’ si trovava già elencata in vari cataloghi francesi, di Vibert (1826), di Desportes (1828), Prevost (1829) e ancora sulle pagine degli Annalen der Blumisterei questa volta nel 1828 nel contesto delle varietà in vendita presso Herr Keller di Duisberg. Viene menzionata in tanti libri sulle rose anche in Inghilterra, negli Stati Uniti e in Russia. L’ultimo catalogo a proporla, secondo le mie ricerche, è quello del 1907-8 emesso dalla ditta G.B. Mauri di Mariano Comense. Grazie ad un’iniziativa dell’Associazione Italiana della Rosa fu trovata nel Roseto di Val de Marne in Francia una rosa etichettata ‘Belle de Monza’. Mazze da innesto di questa rosa furono spedite in Italia e subito innestate per poi farla rinascere nella sua città d‘origine. Ma tutto invano. Sembra che la rosa con l’etichetta ‘Belle de Monza’ la portasse erroneamente, e la rosa riprodotta usando le mazze d’innesto generosamente regalate dal roseto francese risultò essere una varietà fimbriata – cioè con petali leggermente a forma di un garofano – forse la rosa ‘Serritapetala’. Ci sono altre rose spesso attribuite al Villoresi, ma non possiamo essere sicuri della loro provenienza. Ad esempio, Stelvio Coggiatti, a suo tempo forse il più informato fra i rosaisti italiani, dice, ini un suo breve saggio sulle rose ottenute in Italia, che “il nome ‘Bella Villoresi’ stabilisce l’identità del vero ottenitore…

Il Roseto “Niso Fumagalli”
Viene realizzato nel 1964 per volontà dell’industriale cui ora è dedicato, che, grande appassionato, aveva fondato l’anno precedente l’Associazione Italiana della Rosa. Lo spazio destinato al Roseto di Monza, ricavato su quell’area antistante la Villa che anticamente era destinata alla coltivazione degli agrumi, fu progettato dagli architetti Francesco Clerici e Vittorio Faglia che idearono un percorso mosso e ondulato nel quale inserirono un laghetto, funzionale anche alle esigenze di irrigazione. Dal 1965 si tiene un concorso internazionale che premia le migliori rose in base a differenti categorie, tra cui particolarmente importante quella della “rosa più profumata”. Il concorso internazionale di Monza vede ogni anno una qualificata presenza di vivaisti, oltre a celebri madrine esponenti del mondo dello spettacolo e della cultura, molte delle quali hanno lasciato il proprio nome a splendide varietà di rose tuttora visibili nel Roseto. Il Roseto ospita anche importanti esemplari di rose di tipologia antica, caratterizzate dal fiore molto aperto, dalla presenza di spine, dall’andamento quasi disorganizzato del cespuglio, tra cui la celebre “Bella di Monza” creata all’inizio del XIX secolo dal Villoresi, la rosa “chinensis” che, originaria della Cina, venne introdotta in Europa e portò alle rose il colore arancio-rosso, fino ad allora sconosciuto, oltre alle prime qualità di Thea, così denominata, secondo la tradizione, dal fatto che essa venne portata in Europa sulle navi che trasportavano the.

La rosa
La Rosa, pianta amata e coltivata da millenni, ispiratrice di poeti, pittori, regine, simbolo di amore e purezza ma anche di odio e guerre.

Nell’antico Egitto le rose erano consacrate alla dea Iside e corone di R. richardii, detta anche Rosa santa di Abissinia, facevano parte dei tesori sepolti con i defunti; presso gli antichi Greci era grandemente apprezzata tanto da essere decantata da Omero come simbolo della bellezza femminile e come ornamento degli scudi di Achille ed Ettore, era il fiore di Afrodite, dea dell’amore e Saffo la chiamava “REGINA DEI FIORI”. Anche Erodoto (490 a.C.) ci parla di Rose ed in particolare di quelle del giardino di Re Mida il quale, esiliato in Macedonia, trasferì, in quelle terre, le piante dalla Frigia: era conosciuta anche una rosa che ripeteva la fioritura, cosa assai rara in quei tempi; pare si trattasse della R. damascena bifera.

Nell’antica Roma per la rosa, vi era una vera passione anche se ad appannaggio dei ricchi che nei loro giardini le coltivavano e le usavano per ornare i banchetti; tristemente famose erano le feste organizzate da Eliogabalo, imperatore romano nel 218 d.C. a soli 14 anni, durante le quali cascate di petali venivano rovesciate sugli ospiti che, sotto il loro peso e, forse inebriati dal profumo e dal vino rimanevano soffocati; Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), noto naturalista del tempo descriveva già pochi anni d.C. le rose più apprezzate dai sui concittadini: la R. damascena, la R. moschata dall’inebriante profumo e rifiorente, la R. gallica nonché la R. canina tutte coltivate nei dintorni della capitale e vicino a Napoli dove erano possibili due raccolti: ma, probabilmente, la produzione non era sufficiente a soddisfare le richieste poiché navi cariche di fiori arrivavano dal Nord Africa, dall’Egitto, da Cartagine e da Cirene.

Con la caduta dell’impero romano bisogna arrivare fino al Medio Evo, per ritrovare, nel Vecchio Continente, un vivo interesse per la rosa, in particolare con l’arrivo, in Europa, grazie ai pochi crociati di ritorno dalla guerra santa, della Rosa gallica ‘Officinalis’ che a quel tempo venne usata come pianta medicinale e per questo coltivata prima nei giardini dei conventi, e nei primi Orti Botanici come per esempio quelli di Padova e Pisa, fondati nel 1540 e poi, grazie alla capacità dei suoi petali di conservare il profumo anche dopo l’essiccazione, in Francia, nella regione di Provins, per la produzione di profumo, acqua di Rose e della famosa Conserva di Rose di Provins.

Dalle lontane terre dell’Islam, ai tempi delle crociate, vennero introdotte nel Vecchio Continente sicuramente altre Rose dal momento che queste erano considerate, dai persiani, le regine dei giardini (al punto che la parola persiana per indicare “rosa” e “fiore” era la stessa) e proprio da questo popolo gli Arabi, con le loro invasioni nel VII secolo, depredarono oltre all’arte e alla cultura anche l’arte dei giardini e l’amore per quella magnifica pianta che, forse per loro, era sconosciuta, prima di allora. Del resto un erudito persiano, Omar Khayyam, matematico e scienziato morto nel 1123 aveva scelto la rosa come simbolo della perfezione ed aveva auspicato che la sua tomba potesse essere messa in un luogo scelto in modo che il vento del Nord potesse spargervi sopra petali di rosa.

Ma il fatto che suscitò maggior interesse in questo fiore fu, alla fine del ‘700 l’importazione, dal lontano oriente, delle rose Cinesi, coltivate da millenni nei giardini di quel lontano paese e conosciute in Europa forse già dal 1500 come testimoniano diversi dipinti ma che non si diffuse probabilmente per le difficoltà di coltivazione e, poi, all’inizio dell’800 della Rosa al profumo di tè (chiamata così perché i primi esemplari arrivavano in Europa viaggiando sulle navi cariche di foglie di tè). Queste rose avevano una caratteristica strabiliante: erano fiorite praticamente tutto l’anno! Proprio in quegli anni, precisamente nel 1799 Giuseppina Beauharnais moglie di Napoleone comprò una ‘ casetta di campagna ’, il castello della Malmaison in cui, nell’arco di un decennio, collezionò tutte le piante che poté reperire in quei tempi e spinta da un’inarrestabile amore verso le rose fomentato proprio dalla comparsa di quelle straordinarie piante che non cessavano mai di fiorire creò con l’aiuto dei migliori vivaisti del tempo uno splendido roseto in cui si potevano contare centinaia di varietà provenienti dagli angoli più remoti della terra e fino ad allora praticamente sconosciute (il vivaista Kennedy aveva un passaporto per poter attraversare la Manica senza pericoli per recarsi in uno dei due paesi che allora erano in guerra; le navi che trasportavano piante per il Giardino della Malmaison erano munite di uno speciale lasciapassare che permetteva loro di navigare senza il rischio di diventare bottino di guerra); sicuramente l’Imperatrice ebbe un ruolo importantissimo nel promuovere la coltivazione delle rose poiché, proprio in quegli anni, vennero create le più belle varietà ma un ruolo altrettanto importante lo ebbe Pierre J. Redouté (1759-1840), l’artista cui Giuseppina chiese di illustrare le sue collezioni di piante; dalle mani di quel sensibile pittore e dall’erudizione del botanico Thory nacquero, oltre al resto, le tavole che illustravano superbamente le 170 rose coltivate nel giardino del castello che in questo modo acquistarono fama mondiale. Purtroppo la morte prematura di Giuseppina non le permise di apprezzare i frutti che la sua passione fece nascere: non vide mai i sontuosi fiori di ‘Suovenir de la Malmaison‘ che deve il suo nome al Gran Duca di Russia in visita al castello in cerca di rose per i giardini imperiali di San Pietroburgo; non conobbe le centinaia di splendide e rifiorenti varietà che vivaisti del calibro di Hardy, Cles, Vibert solo per citarne alcuni crearono negli anni successivi; non seppe mai che grazie a lei nel giro di 30 anni si produssero più di 2000 nuove varietà! Di quel magnifico giardino, dopo la morte dell’Imperatrice, rimase ben poco e, purtroppo, ancora oggi nonostante i lavori di restauro del roseto originale non rimane che una piccola e brutta imitazione. Alcuni Autori consigliano addirittura di visitarlo quando non vi sia il rischio di vedere qualche rosa già fiorita, per lasciare che sia la fantasia a guidare gli occhi alle immagini di antico splendore che il Castello, fortunatamente ben conservato, e il giardino inglese, nella sua naturalezza, lasciano intravedere. Ma forse fu proprio per merito di Giuseppina Bonaparte che la Francia è ancora oggi il paese in cui si possono ammirare splendidi giardini dedicati alla rosa: uno di questi, a Sud di Parigi, è quello di Hay les Roses, nato per volontà di un grande appassionato di rose, Jules Gravereux, a fine 800 la cui forma, a triangolo rettangolo crea un gigantesco ventaglio fiorito decorato da un medaglione centrale costituito da una vasca circondata da aiuole di rose e prato. L’altro famosissimo giardino di rose francese, Bagatelle, è nel cuore della capitale, nel Bois de Boulogne in cui ogni anno dal 1909 si tiene il Concorso Internazionale di Rose Nuove; la collezione vanta più di 7000 rose in 700 varietà diverse disposte in grandi aiuole contornate da bosso dove varietà sarmentose si arrampicano su tripodi in ferro ed ai loro piedi i cespugli si mescolano tra loro circondati da prato.

Ci sono molti altri giardini dedicati alle rose, anche in Italia, in cui forse il più interessante per gli amanti di Rose Antiche è il Roseto Fineschi di Cavriglia nella Val d’Arno, voluto dal prof. Gianfranco Fineschi, direttore della Clinica Ortopedica dell’Università Cattolica di Roma che, si dice, fu arricchito di Varietà Antiche in quanto il proprietario fu illuminato da una frase scritta da J. Gravereux a D’Annunzio: “Un roseto-collezione che non possegga varietà antiche è come una donna graziosa ma un poco sciocca”. Il giardino conta 8000 rose tutte catalogate ed etichettate.

Altra notevole collezione si trova nell’Orto Botanico di Pavia, voluta dal Professor Ciferri direttore dell’Orto tra il 1942 ed il 1964. Dopo la ristrutturazione, attualmente in corso, si potranno ammirare molte varietà antiche e specie spontanee di origine eurasiatica ed americana.

Posted in Mirabello Cultura 2017 Tagged 2017, Consorzio della Reggia di Monza, Poesia, Villa Reale e Parco di Monza

Articolo scritto da La Casa della Poesia di Monza

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Posted: 02/01/2017

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